
Nel 1896 Giovanni Maino , da Spinetta, apre ad Alessandria una fabbrica di biciclette, che diventa nota a livello mondiale. La storica bicicletta Maino è cantata anche da Ornella Vanoni (hanno ammazzato il Mario)con il testo di Dario Fo

"Il paradiso in terra non esiste, ma chi va in bicicletta ci arriverà comunque." – Parrini

Nel 1896 Giovanni Maino , da Spinetta, apre ad Alessandria una fabbrica di biciclette, che diventa nota a livello mondiale. La storica bicicletta Maino è cantata anche da Ornella Vanoni (hanno ammazzato il Mario)con il testo di Dario Fo






Uno dei più celebri artigiani emiliani.
La sua bottega è attiva dai primi anni ’20 fino alla fine degli anni ’80.
Suzzi aveva la sua bottega a Imola, ma era anche rivenditore a Bologna, in via Fossato 21.
Nel corso degli anni nella sua bottega sono state assemblate diverse biciclette, da corsa e da passeggio.
Il suo logo era uno scudo azzurro in stile cinquecentesco.










ho notato nel tubo dello sterzo qualcosa di insolito come una deformazione del tubo. Avevo sentito spesso che si trovano i biglietti nei telai ma non ci volevo credere. Ho inserito il dito da sotto e ho tirato fuori quel bigliettino e dopo una rapida ricerca su Google e mi sono pietrificato quando ho visto il ciclista con la maglia della Legnano .Chiaramente non ci metto la mano sul fuoco Però mi piace crederlo
















collezione privata




un po di storia …….. (cit. raggidistoria.com)
Nel 1949 Il Campionissimo Fausto Coppi vinceva sia Tour de France sia Giro d’Italia usando un cambio Simplex (marca francese ma costruito in Italia), meno affidabile rispetto ai cambi Campagnolo ma più comodo perchè permetteva la pedalata durante il cambio marcia. Ernest Csuka riferisce che Tullio Campagnolo comprò due deragliatori Nivex presso lo stand di Alex Singer al Salone di Parigi di quell’anno e qualche mese dopo il Vicentino presentò al Salone di Milano il prototipo di un cambio tanto innovativo che viene considerato il padre di tutti i cambi moderni: Il Gran Sport. Esso era infatti il primo cambio a parallelogramma per bici da corsa e tutt’ora viene usato questo principio per i moderni deragliatori posteriori. Tullio Campagnolo era anni avanti agli altri!
Va ricordato inoltre che prima della sua effettiva uscita sul mercato, avvenuta intorno al 1950, venne presentato il cambio Paris Rubaix (1950) che fu adottato dallo stesso Coppi.
1949: UN PROTOTIPO RIVOLUZIONARIO




















Come altri artigiani del mondo della bicicletta, anche Sante Pogliaghi inizia giovanissimo a districarsi tra tubi e saldature. Ha solo 11 anni quando comincia a frequentare la bottega dello zio Brambilla, telaista conosciuto a Milano sin dagli anni ’20. Nel 1947, quando ormai si è fatto le
ossa, apre la sua officina: due vetrine che si affacciano su viale Elvezia, a due passi dall’Arena.Costruisce solo telai su misura per le competizioni. Il catalogo della Pogliaghi Italcorse offre quattro modelli per la pista: velocità, inseguimento, mezzofondo e tandem, e due per la strada: corsa e cronometro.Il grande palcoscenico del Vigorelli, è vicino, e il fiore all’occhiello di Pogliaghi sono i tandem da pista, per cui utilizza tubi di diametro maggiorato e congiunzioni speciali che si costruisce da solo.
Produce pochi telai all’anno. Dal 1947 alla fine degli anni ’70 ha lavorato praticamente da solo, producendo al massimo un centinaio di biciclette all’anno. Alla fine degli anni ’70 l’officina si allarga, assume sei operai e la produzione sale a quasi un migliaio di unità.
Ognuno di loro costruisce il telaio dall’inizio alla fine. Parte dalla scatola del movimento e salda prima il tubo piantone e poi l’orizzontale. Dopo salda il tubo obliquo alla scatola. Alla fine completa il triangolo principale del telaio saldando il tubo di sterzo.
E’ un artigiano Sante Pogliaghi, ha angoli e misure in testa e costruisce a occhio. Dime e stampi non gli servono se non a sveltire il lavoro quando deve fare più telai dalle dimensioni identiche.
Disegna telai che si adattano alla perfezione alle caratteristiche fisiche del ciclista e alle varie specialità. La sua fama cresce e la lista d’attesa per avere un suo telaio si allunga.
Con i suoi telai corrono tra gli altri Sercu e Merckx, e gli italiani Beghetto, Faggin, Pettenella, Rossi. Le scritte cambiano a seconda dello sponsor, ma sulla pipa di sella compare sempre l’inconfondibile marchio di fabbrica, la sigla PSM: Pogliaghi Sante Milano.
Nel 2000 Sante Pogliaghi muore. Aveva già ceduto il marchio alla Rossin, che sino alla metà degli anni ’80 produsse biciclette a suo nome. In seguito il marchio passa di mano più volte, sino ad arrivare ai fratelli Basso negli anni ’90, che da qualche tempo a questa parte hanno deciso di non utilizzarlo più.
(testo tratto da www.ciclisucarta.it)










questa bici acquistata d’occasione da mio padre nella bottega Patelli di Bologna negli anni 80 è stata modificata montando nuove ruote shimano a 7 velocità che montava un pignone un po’ più grande . Purtroppo le ruote originali con i mozzi del cinquantenario sono state poi smarrite così come la sella , sostituita con una comodissima Girardi. La bicicletta ha percorso meno di 2000 km, quasi tutti in val Zena, ma mi ha accompagnato insieme a mio padre nelle mie prime pedalate su una bici corsa vera (sempre Patelli) e in qualche modo è stato il seme dal quale è nata la mia passione per la bici.
Dai primi anni 90 è poi rimasta chiusa in cantina non rivedendo più la luce del sole fino al 2017 quando, dopo un paio d’ anni che l’avevo ricevuta in dono ho deciso di sistemarla.
La bici era molto ossidata e in un primo momento avevo pensato di sabbiarla, sopratutto per le cromature, ma dopo una bella pulita è ritornata a luccicare.
La bicicletta ha particolari molto belli come la testa della forcella con saldature molto curate e in qualche modo è sempre stato il mio termine di paragone nel giudicare una bici da corsa .Ho anche acquistato dei mozzi del cinquantenario che ho appena montato su cerchi per copertoni per poterla riportare a fare qualche giro qua intorno e magari qualche passo alpino malgrado la rapportatura decisamente dura rispetto alle bici che utilizzo ora.
Non ho ancora avuto il coraggio di pedalarla, e in realtà non l’ho neppure mai provata perché allora la taglia era troppo grande , per il timore di rimanere deluso confrontandola con bici più leggere e scattanti che ho usato in questi anni.
Rimarrà per sempre nei miei ricordi il suono dei tubolari in seta gonfiati a 9 atm pedalando in val Zena
proprietà privata
Francesco ed Emiliano Freschi, esperienza, creatività e coraggio.
Francesco Freschi, nacque nel 1929 a Milano, primo di quattro fratelli. La passione per il ciclo gliela trasmise il nonno che da giovane era proprietario di una bottega di biciclette. A sua volta Francesco contagiò il figlio Emiliano con il quale aprì l’azienda dal 1976 al 1989, anno di chiusura dell’attività e cessione del marchio.

La gavetta di Francesco cominciò già da bambino nelle officine e nelle botteghe di biciclette milanesi, il padre viveva in Germania e con la guerra di mezzo, come tanti fu costretto a cambiare molti lavori. Negli anni ’60 Francesco conobbe Sante Pogliaghi con il quale si instaurò un rapporto di reciproca stima e amicizia, negli anni per Francesco diventò come un figlio per Sante il quale nel 1972 lo volle con sé in officina.

A quel tempo la firma Pogliaghi era già molto conosciuta e l’officina affollata di operai e apprendisti italiani e stranieri, in molti casi arrivati anche dal Giappone per imparare il mestiere.
Il reparto saldatura era territorio esclusivo di Sante, Francesco all’inizio si occupava un po’ di tutto il resto e in particolare dell’assemblaggio ma la sua esuberante creatività impiegò poco ad emergere e nel giro di pochi anni, seppure in officina da Pogliaghi non si usassero titoli ufficiali, assunse un ruolo che potremmo definire oggi di consulente per lo sviluppo tecnico, un’esempio noto delle sue idee è il particolare nodo sella che caratterizzò i telai Pogliaghi a metà anni ’70.


Licinio Marastoni, un mito per gli appassionati delle due ruote universalmente apprezzato per le doti di costruttore fortemente innovativo. I suoi telai color ramarro, diventato il “verde Marastoni”, lo hanno reso immortale agli occhi dei fans.
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