Marastoni corsa 1957/62

Marastoni corsa, si nota la collaborazione con Ciro Cinelli, le idee migliori nascono dove le menti si incontrano.

Che tristezza però pensare che la tradizione italiana di maestri telaisti sta scomparendo .

Marastoni è stato nell’arco di sessant’anni di carriera uno più creativi e importanti costruttori di biciclette da corsa italiani. Molto di più di un semplice saldatore artigiano, curava maniacalmente ogni dettaglio alla ricerca continua della perfezione estetica e funzionale, dedicando ad ogni singolo telaio molte ore di lavoro manuale, soprattuto quelle dedicate alla fase di limatura e rifinitura.

Nato il 15 giugno 1922, fu uno dei migliori artigiani costruttori italiani di biciclette da corsa dell’epoca Eroica. Oggi tra gli appassionati di tutto il mondo il suo nome è una leggenda e dagli Stati Uniti al Giappone sono dedicati diversi fan club alla sua memoria. Buon corridore, meticoloso tealista a tal punto che la sua officina veniva chiamata dai concittadini “La Farmacia”. Nell’arco di ottant’anni di carriera fu meccanico per 8 anni al giro d’Italia e collaborò con campioni come Coppi, Bartali, Magni, Baldini, Adorni, Bitossi e Moser. Le innovazioni da lui inventate, realizzate e mai brevettate, hanno dato un significativo contributo all’evoluzione del design della bicicletta da competizione.

La sua creatività nasceva dal semplice ed inesauribile amore la bicicletta e, nonostante il successo e la fama del suo lavoro, fu l’unico tra i grandi maestri della sua epoca a scegliere di mantenere la piccola dimensione artigianale. Curava ogni dettaglio con estrema precisione e la creazione di un telaio poteva richiedere fino a tre giorni di lavoro manuale, di fatto un approccio incompatibile con tempi e logiche commerciali della produzione industriale.  Tullio Campagnolo stesso, che di innovazione ne sapeva qualcosa, ebbe una grande stima per Marastoni e usava spesso recarsi nella sua officina per scoprire le nuove idee del maestro, così come erano di casa anche altri grandi nomi come DeRosa, Masi, Cinelli e i fratelli Shimano.

Anni ’20 / ’60

Licinio ereditò la passione dal padre ciclista e già da piccolissimo la bicicletta era lo appassionava a tal punto da preferire smontare le biciclette dei grandi piuttosto che giocare con i coetanei. A sette anni si esercitava nell’officina di un meccanico del paese e a dieci lasciò la scuola per lavorare come apprendista presso l’officina di Grasselli, il quale, vista la grande passione del ragazzo, non chiese nulla in cambio nonostante al tempo fosse comune pagare il periodo di apprendistato. In bottega Licinio imparava velocemente e già dalla terza settimana di lavoro cominciò a ricevere 7 lire di paga. Alla fine degli anni ‘30 scelse definitavamente la carriera di artigiano preferendola a quella più sicura di prete pianificata dai genitori, i quali impegnando la preziosa macchina da cucire, offrirono le 6.000 Lire necessarie per acquistare l’attrezzatura. Appena diciasettenne Licinio firmava le bici a proprio nome nella propria officina aperta insieme all’amico Marco Mazzoni, di soli dodici anni.

I clienti vedendo Licinio cosi giovani gli chiedevano dove fosse il titolare e lui rispondeva che il padrone sarebbe tornato presto, intanto si faceva lasciare la bici da riparare. Nel ‘46, tra le rovine della seconda guerra mondiale, le ristrettezze economiche costrinsero Marastoni a cercare un nuovo socio con cui riaprire l’officina e lo trovò solo due anni dopo in Ferdinando Grasselli, proprio colui che per primo gli aveva dato fiducia.  Nacque così La Cicli Grasselli – Marastoni che rimarrà attiva fino al ritiro di Grasselli nel 1960. Le bici di questo periodo sono riconoscibili per il famoso color verde marastoni e tre strisce blu scuro delimitate da filetti bianchi sui tre tubi, la scritta “Marastoni” è in carattere corsivo di colore bianco.

Anni ’60 / ’70

Alla fine degli anni ‘60 dall’officina uscivano bici su misura per grandi campioni come Gimondi o Fausto Coppi e Licinio condivideva passione e lavoro con il suo unico figlio Marco di dieci anni. Nel ‘69 l’idea che cambiò tutto: in officina si presentò un rappresentante di bombole a gas di Reggio Emilia, Licinio notò una particolare valvola sulla bombola dell’ossigeno realizzata in microfusione e, primo nella storia, ebbe l’idea di usare questa tecnologia per realizzare le congiunzioni e la testa delle forcelle. I primi esperimenti ebbero esito più che soddisfacente ma, essendo una tecnologia industriale, per fare ulteriori test era necessario ordinarne un quantitativo di pezzi troppo elevato. Nel ‘71, su insistenza di Cino Cinelli, Marastoni decise quindi di rischiare tutti i risparmi investendo nella commissione, all’azienda “Microfusione Italiana”, di una intera serie da testare. Oltre a Cinelli, l’esperimento attirò da subito l’attenzione anche quella di altri maestri come Masi, DeRosa e Colnago i quali a più riprese visitarono l’officina per osservare la nuova invenzione.

In realtà Marastoni e Cinelli condividevano reciproca stima e scambio di idee (come la forma  abbassata della testa della forcella o l’attacco “fastback” dei forcellini posteriori realizzato dalla Georg Fischer) già dalla prima metà degli anni ‘50 e fu proprio Cino a convincere Licinio ad accompagnarlo alla Fiera del Ciclo di Milano del 1971 per mostrare i prototipi in microfusione ad alcuni clienti selezionati, nell’ottica di brevettarle e produrle insieme in scala industriale.
Nacque così un accordo tra i due con un utile per Marastoni del 10% sui ricavi.  La fama delle innovazioni di Licinio si diffuse velocemente nell’ambiente e inevitabilmente i clienti aumentarono sia in italia che da paesi come Giappone, Germania e Svizzera, per avere un telaio Marastoni (solo 1,8 kg!) nonostante fosse necessaria un attesa anche dieci mesi.  A quel tempo in officina oltre a Licinio e figlio, lavoravano a tempo pieno anche due artigiani per aiutare nelle accurate lavorazioni di taglio, saldatura e limatura dei telai, lavoro che richiedeva fino a 3 giorni, un tempo decisamente più lungo rispetto alla media dell’epoca………un ringraziamento a Frameteller

collezione privata

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